Zyed e Bouna, le morti delle banlieues non resteranno senza responsabili

[Pubblicato su ilcorsaro.info il 23 maggio 2015]

Ferguson e le rivolte che sono seguite alla morte di Michael Brown. Eric Garner e il suo grido “I can’t breathe”. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e la parola tortura definitivamente associata all’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. E ora la sentenza del tribunale di Rennes che ha assolto i due poliziotti accusati di essere responsabili della morte di Zyed e Bouna. Zyed Benna e Bouna Traoré erano due ragazzi, rispettivamente di 17 e 15 anni, che vivevano nella periferia nord di Parigi, nel dipartimento della Seine-Saint-Denis. La Seine-Saint-Denis, chiamata anche “il 93”, che è il numero che la identifica sulle targhe automobilistiche, è una delle zone più povere di Francia, dove i contrasti sociali sono più evidenti. Basta prendere una metro dal centro di Parigi, una metro che, dopo essersi fermata in quartieri abitati dalla classe media progressista (i cosidetti bobo, bourgeois bohémiens) porta ai palazzoni di Bobigny, capoluogo del 93. In pochi minuti ci si sente lontanissimi dal centro di una delle capitali d’Europa: il colore prevalente è il grigio, dominano grandi centri commerciali e terre di nessuno. Gran parte della popolazione è immigrata o di origine straniera. Feudo comunista, strappato nel 2008 dai socialisti guidati da Claude Bartolone, attuale presidente dell’Assemblée nationale e candidato alla presidenza della regione Ile-de-France nelle elezioni che si terranno alla fine del 2015. Nelle municipali del 2014, alcune città importanti del dipartimento, tra cui proprio Bobigny, sono state conquistate dal centrodestra.

Nella Seine-Saint-Denis vivevano Zyed e Bouna, che la sera del 27 ottobre 2005, per sfuggire con altri ragazzi a un controllo di polizia, si sono rifugiati in un trasformatore della piccola centrale elettrica di Clichy-sous-Bois e sono morti folgorati. I due poliziotti imputati nel processo che si è concluso il 18 maggio a Rennes erano accusati di omissione di soccorso. Erano quindi accusati di non aver assolto quel compito che si attribuisce alle forze di polizia e allo Stato in generale: occuparsi dei suoi cittadini, prendersene cura e riservare loro un trattamento degno quando ne viene limitata la libertà (in carcere, nelle caserme e nei commissariati, nei centri di identificazione). Proprio per la paura di non vedersi riservato tale trattamento i ragazzi erano scappati. Proprio da chi doveva garantire la loro sicurezza sono stati abbandonati. Un richiamo al tradimento dell’idea di “custodia” vissuto da Stefano Cucchi durante il suo arresto.

In particolare, i due poliziotti indagati erano l’addetta al centralino di un vicino commissariato di polizia e l’agente incaricato di coordinare l’operazione. Per quanto riguarda quest’ultimo, il tribunale si è concentrato, in particolare, sul fatto che egli avesse identificato altre due persone tra coloro che stavano scappando: ciò gli avrebbe permesso di supporre che le due persone che stava cercando non avessero mai scavallato la recinzione per entrare nella centrale elettrica, ma fossero rimaste in un terreno adiacente. Si trattava invece di persone diverse, Zyed e Bouna avendo effettivamente preso la strada più pericolosa, che li ha portati alla morte. Fa impressione leggere nella sentenza che solo quando nel quartiere è saltata la luce, a seguito della scarica che aveva fulminato i due ragazzi, i soccorsi sono entrati nella centrale e ci si sono rese conto dell’accaduto.

A quest’episodio viene generalmente ricondotto l’inizio delle rivolte nelle banlieues che nel 2005 prese delle proporzioni mai viste, con migliaia di macchine bruciate e devastazioni in tutta la città. Il tragitto della metro che porta in Seine-Saint-Denis fu percorso al contrario, per mostrare a tutti la rabbia che covava nelle cité, i complessi di case popolari abitati in prevalenza da immigrati di seconda o terza generazione. Gli scontri durarono per settimane e spinsero il presidente della Repubblica e il governo de Villepin, in cui Sarkozy era ministro dell’interno, ad adottare delle misure straordinarie, tra cui la decretazione dello stato d’emergenza. Ma non fu soltanto una reazione a questo doloroso avvenimento: fu la manifestazione della frattura fra la Francia dei ricchi e la Francia degli emarginati, di cui il rafforzamento del Front National è ancora oggi uno dei segnali.

Sempre nella sentenza si legge, quando si affronta la questione della richiesta di risarcimento del danno avanzata dalle famiglie delle vittime, che il trattamento politico e mediatico degli eventi che ha seguito questo dramma, nonché le numerose procedure in merito avviate davanti a diversi organismi, hanno significativamente aggravato la sofferenza delle famiglie ravvivando costantemente il ricordo di questi fatti con il passare del tempo. È invece necessario tenere alta l’attenzione su questi avvenimenti. Soprattutto quando le vicende processuali si concludono con una decisione come quella che riguarda la morte di Zyed e Bouna. Quando la legge non riesce a dare risposte, è necessario richiamarsi a un più alto senso di giustizia. Creare le condizioni per cui nella coscienza sociale ci sia la consapevolezza che fatti come questi non possono restare senza un colpevole. Negli abitanti di Clichy-sous-Bois è maturata la convinzione che è andata a finire così perché “i poliziotti la fanno sempre franca”. Quest’idea va radicalmente ribaltata, anche nelle teste di chi fa prevalere la ragion di Stato sullo Stato di diritto.

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