Sovranità popolare, sovranità nazionale e sinistra piagnona

Post del 22 aprile 2011

Non si può certo pretendere che l’onorevole Remidio Ceroni da Monterubbiano abbia letto la Contribution à la théorie générale de l’Etat di Raymond Carré de Malberg, uno dei più importanti pensatori della dottrina del diritto pubblico francese dell’inizio del secolo scorso. Il nostro peone marchigiano, forte della sua laurea in sociologia, è sicuramente più a suo agio nella lettura dei lavori dei coevi Maurice Hauriou e Léon Duguit, che hanno largamente tratto ispirazione dalle ricerche sociologiche di Durkheim, ai tempi della comune frequentazione all’università di Bordeaux.

L’opera fondatrice di Carré de Malberg ha segnato gli studi del diritto costituzionale e della scienza politica per la distinzione tra sovranità popolare e sovranità nazionale: la storia francese sarebbe segnata soprattutto da quest’ultima, trovando nel Parlamento e nel legicentrismo la sua ragion d’essere, mentre l’unico episodio riconducibile alla sovranità popolare, nella quale i membri degli organi rappresentativi sono in realtà dei semplici emissari della volontà popolare, sarebbe la Costituzione dell’anno III (1793), che avrebbe condotto al Terrore e a tutto quello che ne è derivato, Napoleone compreso. Inconsapevolmente, dunque, il nostro Ceroni ha voluto dare completa attuazione alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 che si fonda proprio sul principio della legge come espressione della volontà generale: nel sistema francese, è il Parlamento sovrano che è preminente rispetto a tutti gli altri organi. Ed è qui una differenza fondamentale, per esempio, con lo Stato di diritto tedesco, che ponendo la chiave del sistema nella Costituzione dà la possibilità di contestare gli atti legislativi e regolamentari che le sono contrari.

E’ chiaro che Ceroni, di tutto questo, non sa assolutamente nulla: si tratta di un ennesimo attacco alla Costituzione, addirittura nel suo articolo di apertura. E’ chiaro che un cambiamento simile, che ovviamente non vedrà mai la luce come il 90% delle illusioni berlusconiane, equivarrebbe a un cambiamento di sistema, e non a una riforma costituzionale, come ha giustamente fatto notare Libertà e giustizia. Resta il fatto che, troppo spesso, in Italia la magistratura e la Corte costituzionale sono state difese nell’unico intento di contrastare gli attacchi di Berlusconi – obiettivo, ben inteso, assolutamente lodevole. Durante i dibattiti per la Costituzione della IV Repubblica nel 1946, i comunisti erano ferocemente contrari a un organo che controllasse la costituzionalità delle leggi, e riuscirono a evitare che questa proposta fosse inserita nel progetto di costituzione: quest’ultimo fu bocciato dal referendum popolare e, nella seconda versione poi effettivamente adottata, i gaullisti riuscirono a imporre quest’idea, che fu poi ripresa da De Gaulle stesso nella Costituzione del 1958, attualmente in vigore. Si ha l’impressione che tutti i dibattiti costituzionali siano del tutto estemporanei, e che la sinistra riesca a prendere una posizione solo fondandosi sull’esistente. Probabilmente, in una democrazia matura, con un Parlamento veramente rappresentativo del popolo elettore, sarebbe normale per la sinistra avere una certa diffidenza verso una manifestazione dello Stato liberale come la Corte costituzionale, elemento aristocratico secondo lo schema di Montesquieu. Ma l’Italia non è a questo punto, i dirigenti della sinistra sono pavidi e non hanno il coraggio di prendere una posizione fondata su una loro precisa visione del mondo. Sono a rimorchio, e quindi perdono.

La stessa tensione tra sovranità popolare e sovranità nazionale appare nella controversa vicenda del referendum, dopo l’annuncio di una retromarcia sul nucleare e sull’acqua.

I sostenitori, più o meno accesi, del referendum sostengono si tratti di uno scippo della democrazia e dell’ennesimo strappo costituzionale del governo. Io credo invece che non ci sia altro da fare che rallegrarsi di questa decisione, perché il governo si è messo nell’angolo. Dirò di più. Fintanto che il governo aveva deciso di fare marcia indietro solo sul nucleare, questa poteva essere un’arma a doppio taglio: dopo Fukushima, il tutto poteva passare come un savio ripensamento di un governo responsabile. L’eventuale annullamento delle regole sulla gestione dei servizi pubblici locali è invece un puro e semplice autogol: le regole contestate (http://www.altalex.com/index.php?idnot=47518) sono state fatte passare come la grande rivoluzione liberale del governo più liberale degli ultimi 150 anni, destinate a far cessare sprechi e rendite di posizione. La legge fissa delle scadenze ben precise per la privatizzazione, alcune delle quali a partire da quest’anno. Non si capisce veramente cosa il governo debba approfondire, e non si capisce perché la sinistra non faccia caroselli per le strade contro questo governo di cagasotto.

Stefano Rodotà, che i quesiti sull’acqua ha contribuito a scriverli, in un suo articolo apparso oggi su Repubblica.it , coglie come al solito i due aspetti fondamentali: in primo luogo, questo governo e la classe politica che lo esprimono hanno paura. Il dato è incontestabile, siamo arrivati a un populismo senza popolo. E io aggiungo, che di fronte al nemico che scappa si canta vittoria (e, accessoriamente, si cerca di vincere le elezioni). In secondo luogo, Rodotà invita i politici di centrosinistra a non rallegrarsi troppo rapidamente della cancellazione del referendum solo perché questo permette loro di non prendere posizione. Giustissimo, le posizioni del PD sono state come al solito troppo timide e le posizioni alternative alla legge risibili (e non molto alternative). Però, coloro i quali sono apertamente schierati per il SI non devono aver paura di rallegrarsi: il SI vuol dire abrogare le norme, e le norme sono state abrogate. Un referendum non si fa né per costringere Enrico Letta a schierarsi, né per portare la gente a votare. Come le primarie, non è un valore in sé.

Lo stato confusionale dell’opposizione è dimostrato da un bestiario contraddittorio delle posizioni di questi ultimi due giorni:

1.       Senza referendum sul nucleare, si vuole ostacolare che quelli sull’acqua e sul legittimo impedimento raggiungano il quorum: ricorda Rodotà che i referendum sull’acqua  hanno una loro forza autonoma, essendo stati presentati da 2 milioni di elettori. E soprattutto, nessuno ricorda che i promotori dei quesiti non sono affatto gli stessi, dato che quelli sull’acqua sono stati scritti dal comitato Acqua bene comune, mentre gli altri due sono iniziativa di Di Pietro: cosa sarebbe successo se l’Italia dei Valori non avesse presentato i suoi quesiti? Si può trattare gli italiani da capre, che vanno a votare solo perché c’è il referendum sul nucleare?

2.       Tutta l’operazione è fatta per evitare il raggiungimento del quorum sul legittimo impedimento. Probabile. Peccato che la legge n° 51/2010 sia stata praticamente svuotata dalla sentenza 23/2011 della Corte costituzionale , che ha eliminato la possibilità per gli imputati di presentare delle cause di legittimo impedimento a partecipare alle udienze senza che il Tribunale possa sindacarne la pertinenza. Come non tutti hanno notato, la legge non è più stata invocata dai legali del premier nei numerosi processi ai quali è sottoposto. E’ vero che una bocciatura di questo referendum sarebbe un brutto segno per l’opposizione, ma l’opposto non è assicurato: non ce lo vedo Gasparri a invocare le dimissioni di Berlusconi perché la legge è stata cancellata.

3.       Il governo non doveva tornare indietro sul nucleare solo per paura delle reazioni dopo Fukushima: benissimo, peccato che gli anti-nuclearisti avessero invocato a gran voce il coraggio e la lungimiranza del cancelliere Merkel che ha congelato il programma nucleare tedesco dopo la tragedia giapponese. Delle due l’una: o la Merkel era in cattiva fede tanto quanto lo è ora il governo Berlusconi, e allora non bisognava sbucciarsi le mani, oppure è normale e giusto che i governanti abbiano paura dei loro governati.

4.       Le norme sono solo momentaneamente accantonate, ma verranno riprese tra un anno. Bisogna in primo luogo eliminare l’ipotesi nella quale le decisioni del governo di questi giorni non coincidano con il risultato abrogativo prospettato dai referendum: in questo caso, i referendum si dovrebbero tenere per arrivare al risultato dell’eliminazione di queste norme sbagliate dal nostro ordinamento. Ma aver paura della ripresa di queste iniziative tra un anno non ha molto senso: l’annuncio della posa della prima pietra di una centrale nucleare prima della fine della legislatura, fatto dal ministro-a-sua-insaputa Claudio Scajola all’inizio della legislatura, era già sembrato molto azzardato, perché i processi di questo tipo sono estremamente lunghi e si estendono su un arco di 15-20 anni. Un’eventuale ripresa a un anno dalle elezioni dovrebbe far ridere i polli. E la sinistra non dovrebbe far altro che urlarlo in tutte le piazze. E poi cercare di vincerle quelle elezioni. Mi rendo conto, è fantascienza.

5.       I referendum non si fanno perché sarebbero una dimostrazione delle debolezza del governo. Verissimo. Ma in realtà, sappiamo benissimo che questi argomenti non hanno presa nella lotta politica, e che l’attuale maggioranza troverebbe il modo di ribaltare la frittata. Ma questo non significa automaticamente che la sinistra sarebbe avvantaggiata nelle successive elezioni. Gli italiani hanno votato contro il nucleare nel 1987, ben prima di Berlusconi. Sull’acqua, una maggioranza trasversale può crearsi, senza che le persone siano necessariamente di sinistra. In poche parole, il risultato di un referendum non è un buon argomento da campagna elettorale. Ve lo immaginate, Latorre a “Porta a Porta”: “Voi perderete le politiche, perché gli italiani hanno votato il referendum”?

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