Il calendario di Romano

Ingorgo istituzionale nel 2013: finisce la XVI legislatura e scade il mandato del Presidente della Repubblica

Post del 3 giugno 2011, che continua su questa pagina Facebook

La politica italiana è ormai abituata a un tipo un po’ particolare di calendari, raffiguranti ministre mezze nude sbattute su uno scoglio nella loro precedente vita da velina. Ma, parafrasando Moretti, potremmo dire: i calendari sono importanti. Ed è un calendario particolare quello che potrebbe caratterizzare, nel 2013, l’elezione del Presidente della Repubblica. Nel 2006, Giorgio Napolitano è stato eletto in un momento di grande convulsione politica, dopo delle elezioni che avevano determinato una maggioranza parlamentare molto esigua, che ha fatto la fine che tutti conosciamo. Eletto alla maggioranza assoluta, nella consueta contrapposizione fra schieramenti, è uno dei migliori, se non il migliore, Presidente che la storia repubblicana abbia conosciuto. Nel 2013 succederà la stessa cosa: se questo governo arriverà a fine legislatura, come credo, uno dei primi atti del nuovo Parlamento sarà l’elezione del Presidente della Repubblica.

Le trasformazioni politiche avvengono anche a seguito di contingenze temporali. In Francia, per esempio, nel 2000 è stata votata la riforma per abbreviare la durata del mandato del Presidente della Repubblica da sette a cinque anni, portandolo alla stessa durata di quello del Parlamento (e quindi del Governo). Subito dopo, una modifica del calendario elettorale ha accorciato di un po’ la durata della legislatura in corso, in modo tale da far svolgere le elezioni legislative subito dopo le presidenziali. Lì per lì, la catastrofe. Il famoso 21 aprile 2002, con l’estrema destra di Le Pen al secondo turno e i socialisti di Jospin, che aveva architettato tutto questo marchingegno, a subire la più sonora batosta della loro storia. E poi è nato quello che i francesi chiamano il “fait majoritaire”. Che è esattamente questo: un fatto, dettato dalle circostanze del calendario, che ha messo le elezioni presidenziali al centro del sistema più di quanto già non lo fossero e l’elezione del Parlamento a un ruolo di ratifica e allineamento sulle prime.

L’Italia sarà nella situazione inversa: però, pur mantenendo il principio dell’elezione del Presidente della Repubblica in maniera indiretta, “a camere riunite” come si dice, non si eviterà comunque di rendere l’elezione del Presidente della Repubblica un tema della campagna elettorale delle contestuali elezioni politiche. Si potrebbe persino arrivare, come adesso avviene per il capo del governo, a immaginare di votare una coalizione sapendo quale Presidente quest’ultima farà eleggere. Le regole della maggioranza per l’elezione del Presidente della Repubblica non permettono questo automatismo. Però permettono all’elettore di avere delle rassicurazioni sulla persona che la coalizione da lui votata indicherà per il Quirinale. Questo permetterebbe di sbloccare in parte il sistema, nel quale il Presidente della Repubblica è frutto di accordi di conclave. Permette di contrapporre un’alternativa forte al rischio, che tutti temono, che l’attuale Presidente del Consiglio punti a operare la trasformazione del ruolo del Presidente della Repubblica secondo il meccanismo descritto prima, facendosi eleggere sul Colle più alto. Io non credo che ci riuscirà. Io credo si debba creare una spinta popolare per esigere dalle forze democratiche e costituzionali la promessa di eleggere una persona autorevole una volta giunti in Parlamento. Non mi sto qui ad attardare sul motivo per cui penso che quella persona, capace di garantire l’unità del Paese, ha un nome e un cognome e si chiama Romano Prodi.

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