Berlusconi ad Atreju: anche le truppe hanno cambiato generale

Post del 12 setembre 2010

Credo sia estremamente interessante e utile, se ci si vuol fare una propria opinione sulla vita politica del nostro Paese, trovarsi fisicamente nei luoghi dove la politica prende corpo: è per questo che da qualche anno cerco di cogliere ogni occasione per osservare da vicino il popolo della destra e del centrodestra, andando a curiosare nei loro comizi e nelle loro manifestazioni. Tra queste, una delle più stimolanti è sicuramente Atreju, la festa annuale di quella che fu Azione Giovani, giovanile di Alleanza Nazionale, ora ribattezzata Giovane Italia per raccogliere il popolo under 30 del PdL.

Stamattina ospite del raduno delle truppe di Giorgia Meloni era il presidente del partito, nonché presidente del consiglio, per non dire presidente del Milan: in due parola, Silvio Berlusconi. Attesissimo. Per due motivi. Uno esterno alle dinamiche del partito: rispondere al discorso della scorsa settimana di Mirabello del presidente della Camera, per dettare la linea sulla tenuta del governo e la continuazione della legislatura. Su questo il premier è stato chiaro: andiamo avanti, per tre anni. L’altro motivo è, dal punto di vista antropologico della mutazione nella base della destra italiana, ancora più dirompente: Berlusconi andava stamattina a prendersi uno dei feudi del suo ex-alleato, che solo due anni fa è stato osannato in un dibattito con Veltroni dalla stessa platea che oggi ha applaudito il suo più acerrimo nemico di questi giorni e ha fischiato quando è stato pronunciato il suo nome. La base missina, poi aennina, ora fusa con la base di Forza Italia, ha accolto Berlusconi come il suo leader, come se questo fosse naturale, come se fosse sempre stato così. Una platea berlusconizzata, più berlusconiana dei berlusconiani della prima ora, ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha visto in questi giorni alternarsi sul palco, un tempo dominato dai famosi “colonnelli” di AN, personaggi del tutto estranei alla tradizione legalitaria della destra italiana, come Verdini e Schifani.

Oggi Berlusconi si è sentito a casa sua, non vedeva nessuna differenza con le scuole di Forza Italia popolate da veline in odore di candidatura alle europee. Berlusconi ha fatto Berlusconi, ha raccontato le barzellette, ha raccontato il “metodo Thatcher” sulla lettura dei giornali, ha raccontato la sua versione delle relazioni con la Libia e del suo ruolo internazionale nei summit europei. E la platea ha accolto di buon grado: applausi, ovazioni, qualcuno annoiato o troppo accaldato dal sole cocente se ne è andato prima della fine, quando il presidente ha fatto un bagno di folla nel tragitto che lo portava verso l’uscita.

Il vero personaggio chiave della mattinata, per capire la mutazione della base militante della destra che ha ceduto alle sirene del Cavaliere è però Giorgia Meloni, che dei giovani post-fascisti è sempre stata la leader indiscussa. E ora si trova tra l’incudine e il martello – la falce mai!, tra la fedeltà (tradita) a Fini, che la volle vicepresidente della Camera a 27 anni, e la nuova passione per Berlusconi, che ne esalta sempre le doti come ministra e oggi ha consolidato l’asse con l’ex-barricadera della Gioventù. Significativo l’episodio in cui Berlusconi ha ricordato la battuta fatta a una precari in televisione, quando la invitò a cercarsi un marito ricco per far fronte alle difficoltà del mercato del lavoro. La Meloni ha traccheggiato, ha annuito, ha sorriso e poi ha buttato la palla in corner: ha detto che è giusto trovare un marito ricco, ma che il governo sta lavorando per permettere a tutti di trovarsi un lavoro, diventare ricco e non adagiarsi sugli stipendi degli altri. Insomma, ha provato a mischiare i valori berlusconiani con le idee del merito, del talento, della realizzazione di se stessi. Come a dire, mission impossible. Missione impossibile perché la destra di Berlusconi non è la destra dei militanti romani che si battevano per la casa agli italiani e gli immigrati fuori dalle periferie: la Meloni, dopo essersi venduta al nemico, cerca di dire ai suoi che nulla è cambiato e che i valori di ieri continueranno nel nuovo progetto politico. Questo contrasto è evidente anche nel passaggio in cui la Meloni prende più applausi una vera e propria ovazione: la proposta di inserire nello statuto del PdL l’incandidabilità dei condannati. Una vecchia battaglia della destra, la legalità, decisamente appannata dall’andare a braccetto col mafioso di Arcore. E qui è Berlusconi a giocare di rimessa, a dover accettare quest’idea, “ma non sulla base delle sentenze di una certa magistratura, ma attraverso le decisioni di un organo interno al PdL”. Un colpo al cerchio (il legalitarismo garantista della Meloni) e un colpo alla botte (la battaglia di sempr contro le toghe rosse).

Ma il popolo della destra, della giovane destra, non sembra aver bisogno di qualcuno che indori la pillola per passare con il Cavaliere e abbandonare il generale di sempre, Gianfranco Fini. Per loro è quest’ultimo ad essersi allontanato, a loro modo di vedere, dalle posizioni storiche del MSI, per esempio, su immigrati e questioni etiche: a questo punto, tanto vale accodarsi nella grande massa degli “uomini e donne che odiano il comunsimo”. Sarà per i fidanzamenti già in corso tra i ragazzi e le ragazze dei due disciolti movimenti giovanili, come ha suggerito il premier che di queste cose se ne intende, ma il voltafaccia del popolo che un tempo faceva riferimento a Gianfranco Fini non è dovuto al golpe di qualche colonnello: sono le truppe ad aver cambiato generale, che è stato ancora una volta capace di interpretare gli umori di un Paese da cui continua a trarre (e forse ampliare) il suo consenso.

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