E’ sempre colpa di D’Alema

Post del 9 dicembre 2010

E alla fine, si scoprirà che anche questa volta la colpa è di D’Alema. Massimo D’Alema. L’eminenza grigia del centrosinistra, accusato di tramare nell’ombra da dieci anni in quel che resta del centrosinistra italiano. Potrebbe essere infatti imputabile anche a lui la creazione dell’ennesimo gruppuscolo parlamentare nato oggi sotto le insegne del movimento di responsabilità nazionale. Del resto, che gli altri fossero irresponsabili ce ne eravamo già accorti da soli.

In prima fila a caricarsi sulle spalle l’arduo compito di prendere le redini del nostro Paese è il prode Bruno Cesario da Portici, provincia di Napoli, classe 1966. Il deputato Cesario deve tutta la sua brillante carriera parlamentare nell’ultima legislatura al prode D’Alema: piazzato in undicesima posizione nella lista del PD nella circoscrizione Campania I, Cesario era risultato il primo dei non eletti, anchei a causa del risultato del suo partito che a Napoli ha ottenuto il 30% dei voti, 7,5% sotto la media nazionale – il governo Prodi pagava lo scotto di non aver risolto il problema dei rifiuti, e due anni e mezzo dopo i rifiuti sono ancora lì. Capolista in quella circoscrizione proprio D’Alema, che si era voluto impegnare in prima persona mettendo la faccia in un contesto difficile per la coalizione di governo. Ma il ras di Gallipoli non aveva rinunciato alla testa di lista nella sua Puglia, che due anni dopo alle elezioni regionali ha dimostrato di non essergli altrettanto affezionata: al momento dell’opzione, D’Alema ha sacrificato l’insegnante tarantina Dilva De Simei in favore dell’avvocato Cesario, che è entrato così a Montecitorio. La scelta di uno dei leader del suo partito non lo ha però fatto sentire obbligato a un dovere di gratitudine nei confronti di chi lo aveva fatto eleggere: appena sei mesi dopo la proclamazione, Cesario passa al gruppo misto, “non iscritto a nessuna componente”. Ma forse si sentiva solo, il Cesario, e non resiste quando Rutelli fonda il suo indispensabile partitino: da gennaio a settembre Cesario entra nella componente di Alleanza per l’Italia del gruppo misto – essendo troppo pochi, i deputati dell’ApI non hanno i numeri per formare un gruppo autonomo. A settembre, aria di crisi di governo, inizio delle trattative per rafforzare la maggioranza in affanno, e l’ex-margheritino (mai mettersi un democristiano dentro casa!) lascia anche l’ApI. Fino ad oggi risultava non iscritto, da domani contribuirà alla creazione di questo nuovo movimento insieme a due suoi degni compari.

Sul povero Scilipoti che dire? Alla prima legislatura, anche lui baciato dalla scelta delle opzioni di due leader del suo partito, Di Pietro e Orlando, che hanno optato per altri lidi, è l’ennesima dimostrazione della classe politica di infimo livello che caratterizza l’Italia dei Valori: paladini della giustizia e della legalità in pubblico, amici dei servizi segreti e ricettacolo degli scarti democristiani e di figuri che si improvvisano in politica nel sottoscala. Come se non fosse bastato De Gregorio nella precedente legislatura, oggi un altro deputato eletto all’estero, Razzi, ha traslocato in “Noi sud”, altra microformazione del gruppo misto che sostiene il governo, con questa bizzarra motivazione: io vado in un gruppo che mi imponga di votare la fiducia al governo. Io ho sempre obbedito al gruppo: finché stavo nell’IdV ero obbligato a votare la sfiducia, ora che sto in Noi Sud sono obbligato a votare la fiducia. Elementare, Mister Razzi.

Il magico terzetto non può che terminare con Massimo Calearo Ciman, come precisa la sua scheda sul sito della Camera: il temibile padrone di Finmeccanica sdoganato nel centrosinistra e messo niente meno che in cima alla lista del PD in Veneto. Anche lui transitato nell’ApI, dopo numerose auto-candidature a ministro si appresta ad astenersi sulla sfiducia.

Però questa storia di Calearo e di questa pantomima dei gruppi e gruppetti non può passare liscia: alle elezioni del 2008 ci avevano spiegato che sarebbe stato tutto meraviglioso, che ci sarebbe stata una semplificazione del quadro politico, che era giusto beccarsi tutte le persone di cui erano state inzeppate le liste del PD e non solo perché il bene della Nazione avrebbe regnato sovrano. Meraviglioso. Convinti da questa teoria, numerosi elettori hanno votato il PD nella doppia illusione del voto utile, che si è rivelato inutile nel momento in cui si sono andate a contare le schede, e della governabilità/semplificazione. Quelli che non ci sono cascati, come me, sono rimasti doppiamente fregati perché per portare in Parlamento Calearo sono stati buttati dalla finestra 2 365 228 voti, se sommiamo i voti dei tre partiti che hanno ottenuto tra l’1 e il 4% (Sinistra arcobaleno, La destra e Partito socialista). In un Paese dove la partecipazione al voto è in costante diminuzione e dove la parte comunque consistente di cittadini che si reca alle urne è mossa da logiche clientelari, se non mafiose, più che negli altri Paesi, il 6% degli elettori è stato sacrificato sull’altare di Calearo. Altare che si è presto dimostrato inutile, perché Calearo non ha resistito più di un anno e mezzo nel partito che lo aveva portato in Parlamento: smentendo la semplificazione politica in nome della quale era stato eletto, si è rifugiato in un micropartitino di transfughi liberaldemocratici che sentivano stretto il peso della socialdemocrazia imperante sotto il regno di Bersani. Bisogna dire che gli apisti sono in buona compagnia, perché oltre alla scissione di Futuro e libertà, nel corso della legislatura la frammentazione politica è cresciuta esponenzialmente: nel gruppo misto alla Camera troviamo i Liberaldemocratici-MAIE (Italiani all’estero), Noi sud libertà e autonomia, i Republicani azionisti alleanza di centro. Questi ultimi sono i più spettacolari: sono tre, due repubblicani (Nucara e La Malfa) e un alleato di centro (Pionati). Gli azionisti mancano, ma deve essere l’effetto di una convivenza troppo stretta con il presidente del Consiglio.

Nessuno di questi signori si è presentato alle elezioni col suo simbolo, né tanto meno con la sua faccia, dato che le liste sono scelte dai partiti e imposte al momento del voto. Nessuno è andato a prendere voti, se non sotto l’insegna del “suo” candidato premier, inserito nel simbolo come se fossimo nei negozi di alimentari intorno al mercato. Nessun simbolo dei partiti che hanno eletto dei rappresentanti in Parlamento nel 2008 era esente dal nome del suo leader. Per tutto questo bel mercato, per assistere a queste scene indegne di “un Paese normale”, si è lasciata nelle mani della disaffezione e dell’allontanamento dalle urne una larga fetta dell’elettorato, che invece andava coltivata perché espressione di un voto che la Costituzione vuole uguale e libero. E lo sfascio a cui tutto questo ha portato ci distrae giorno per giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, a riflettere a come sarebbe l’Italia se potesse occuparsi davvero delle questioni cruciali del nostro futuro.

Niente di tutto questo è possibile, sempre attaccati da quindici anni ai problemi di una persona sola, ai dibattiti inutili di una sinistra che presta il fianco a noiosissime discussioni su alleanze, primarie e leggi elettorali, all’afasia totale di fronte a un governo che non fa niente. Vi prego, ditemi che ci sarà un momento in cui si dirà “abbiamo scherzato” e si inizierà a mettere al centro delle questioni più interessanti delle inutili battute di Bocchino e Colaninno.

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