Si sveglierà, questa ragazza in coma?

Stanno girando il mondo, Bill Emmott e Annalisa Piras, per presentare il loro “Girlfriend in a coma”. Dopo le note vicende che hanno portato ad annullare la presentazione al MAXXI di Roma – che hanno reso ben felici gli autori, dato che si trattava di una proiezione privata con soli duecento invitati, mentre ora il film sarà trasmesso dalla BBC la sera delle elezioni italiane, iniziano ora il loro tour italiano, dopo aver fatto parecchia fatica (dicono) a trovare qualcuno che ospitasse la proiezione di questo docufilm. Alla vigilia del loro debutto italiano sono passati da Parigi e hanno presentato GIAC (questo l’acronimo del titolo per gli addetti ai lavori) in un’affollata serata all’università dei gesuiti, che hanno dovuto mettere a disposizione una seconda sala dopo che l’auditorium da 250 posti era andato esaurito.

GIAC non si presenta come un film originale. Immagini delle bellezze artistiche e dei paesaggi italiani, Dante in sottofondo, canto lirico e cappuccini. E poi, quando c’è da parlare dell’immagine della donna, giù con Lorella Zanardo, quando c’è da fare il catalogo dei processi dei politici vai con Marco Travaglio, una manciata di scienziati all’estero per raccontare la “diaspora”, Nicola Gratteri che spiega che la ‘ndrangheta è più pericolosa della mafia (sua una delle battute più divertenti del film: “Quando è venuto il Papa mi aspettavo una condanna della malavita calabrese, evidentemente ‘ndrangheta è troppo difficile da pronunciare per un tedesco”), quanto basta di Saviano per parlare di rapporti Stato-mafia, voto di scambio e dilagare della criminalità organizzata al nord. Alcuni personaggi invece riusciti: Matteo Renzi che parla male di D’Alema, Nanni Moretti che fa a pezzi i governi di centrosinistra (con dietro la locandina di Habemus papam, molto di moda in questi giorni, e autore dell’altrettanto profetico Caimano come viene mostrato in GIAC), e lo stesso Bill Emmott che appare come un narratore ironico e divertito allo stesso tempo.

GIAC è un docufilm molto montiano. e non soltanto per il riconoscimento al governo del Professore di aver restituito credibilità all’Italia dopo lo sfascio berlusconiano – da un ex-direttore dell’Economist, non potevamo dire di non aspettarcelo. Neanche per le apparizioni della ministra Fornero, che interviene sul futuro dei giovani e sul ruolo della donna, senza nessun accenno alle sue riforme e alle proteste che le hanno accompagnate. E nemmeno per la scena in cui Monti, durante l’intervista, risponde al telefono dicendo “Speriamo non sia qualcuno della “Cattiva Italia” e poi rassicura il suo interlocutore dicendo che si trattava di qualcuno della “Buona Italia”. Ma proprio per la scelta dei personagi positivi che si contrappongono alla “Cattiva” Italia che domina l’Atto I del film (mafia, corruzione, ILVA). Su tutti domina Sergio Marchionne, rappresentato come l’innovatore, una specie di eroe nel pantano italiano, l’unico con una visione del futuro. Nel dibattito che ha seguito la proiezione, gli autori hanno precisato che GIAC è stato girato prima della rinuncia della Fiat a Fabbrica Italia, ma hanno anche fatto capire di non aver cambiato idea sull’ad Fiat: un esempio da seguire per far arrivare l’Italia al livello degli altri grandi paesi.

Quel che colpisce è che nella “Buona Italia”  ci sono anche esempi “de sinistra”: non soltanto il Museo del cinema di Torino, presentato dall’ex-sindaco Castellani, ma anche l’università del gusto e i meeting di Terra Madre di Carlo Petrini, con la sua filosofia del cibo buono, pulito e giusto, ma soprattutto gli occupanti del teatro Valle, che hanno deciso di renderlo un bene comune e di farne una fabbrica di cultura.

C’è una contraddizione in tutto questo? Apparentemente sì. Marchionne e l’occupante del Valle sono due figure molto distanti e si stanno anche discretamente antipatici. Però, nell’ottica – anglosassone – degli autori, le esperienze di Marchionne, di Ferrero (non Paolo, ma il proprietario dell’omonima industria, che costituisce un altro esempio del capitalismo che funziona), di Carlo Petrini, di don Giacomo Panizza (il prete minacciato dalla ‘ndrangheta che in Calabria ha messo in piedi una comunità per disabili e malati mentali), degli occupanti del Valle sono esempi positivi, perché riescono a portare qualcosa di buono nelle loro comunità senza chiedere nulla allo Stato, corrotto e inefficiente. C’è qualcosa di profondamente liberale, in questa celebrazione dell’iniziativa individuale come motore per risolvere tutte le situazioni, anche quelle più critiche. La scelta di inserire Marchionne in questo contesto è molto discutibile (per non dire una boiata pazzesca) e farà discutere, ma agli occhi di Emmott e Piras coloro che salveranno l’Italia sono quelli che si rimboccheranno le maniche senza aspettare qualcuno o qualcosa, perché l’immobilismo di questa attesa è una delle cause del declino italiano. E’ una teoria piuttosto vecchia, e che ha il difetto di vedere in una delle cause del problema (l’incapacità di trovare soluzioni di sistema e di evolvere collettivamente in maniera strutturale) una delle sue soluzioni. Ma nell’analisi di GIAC, la situazione è talmente drammatica, che questo sembra il massimo a cui possiamo aspirare: nella crisi, bisogna accontentarsi delle forze individuali che ci sono.

I posti per la proiezione all’Eliseo di Roma sono esauriti, ma da domani potrete scaricare GIAC qui. Farsi una propria idea sulle cose è il primo passo per uscire dal coma.

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