Tirocini per laureati in giurisprudenza: bisogna modificare il decreto

Gentile deputato/a,

La Commissione Affari costituzionali/Giustizia/Bilancio di cui lei fa parte è chiamata ad esaminare il decreto fare, che il Governo ha sottoposto al Parlamento per la conversione in legge.

In questo testo sono state inserite diverse disposizioni per riformare la giustizia civile. All’interno di queste, è stato previsto un programma di tirocini che i laureati in giurisprudenza potranno effettuare presso gli uffici giudiziari.

Per quanto possa essere positivo l’intento di permettere a delle persone con una preparazione esclusivamente teorica di rendersi conto di come, nella pratica, viene applicato il diritto nel nostro Paese non possiamo che constatare che, su due punti, il testo dovrebbe essere modificato, per andare incontro alle esigenze di ragazzi e ragazze che, dopo essersi formati/e sui libri, vorrebbero mettere a frutto la loro laurea in giurisprudenza.

1. E’ inaccettabile che alcun compenso sia previsto per legge per coloro che parteciperanno ai tirocini. Per l’ennesima volta, siamo costretti a constatare che la remunerazione per il lavoro svolto dai giovani è una variabile del tutto irrilevante. La riforma della professione forense, promossa dalla ministra Severino nel 2012, ce lo ha confermato, prevedendo la semplice possibilità di corrispondere un’indennità ai praticanti avvocati soltanto a partire dal secondo semestre di pratica. Nel caso dei tirocini previsti dal decreto fare, si carica sulle spalle dei capi degli uffici la responsabilità di trovare le risorse attraverso delle convenzioni: ciò rischia di creare degli squilibri tra tirocinanti delle diverse città, che verranno retribuiti in tempi, modalità e forme diverse da ufficio a ufficio.

I tirocinanti potranno apportare un contributo positivo allo smaltimento degli arretrati che affossano il sistema giudiziario italiano: è ingiusto pensare che possano farlo senza essere pagati.

Chiediamo quindi che l’obbligo di un compenso, e i fondi necessari per finanziarlo, siano previsti nel corso della conversione del decreto legge.

2. E’ del tutto insensato che al programma di tirocini non si possa accedere prima della laurea. Ciò vuol dire ignorare la lunga attesa cui sono sottoposti i laureati in giurisprudenza, che devono affrontare mesi e mesi di pratica o di scuola di specializzazione delle professioni legali prima di poter accedere a un esame o a un concorso. Inoltre, molti di essi sono ormai diventati di secondo livello: il caso più eclatante è quello della magistratura, per il quale molti laureati, il cui unico obiettivo è quello di accedere a questa professione, devono prima passare due, tre anni, ad ottenere qualifiche per cui spesso non hanno alcun interesse.

Chiediamo dunque di modificare il testo per prevedere la possibilità di accedere ai tirocini sin dal quinto anno di università, come già accade in altri percorsi di laurea. Questo permetterà ai laureati di iscriversi ai concorsi quanto prima dopo il conseguimento del titolo ed eviterà loro un’attesa inutile e frustrante.

Vi chiediamo di accogliere queste nostre richieste, presentando degli emendamenti in sede di conversione del decreto. Il sistema di formazione universitaria e il servizio pubblico della giustizia hanno bisogno di un cambio di prospettiva: le nostre proposte vanno in questo senso.

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